Sandali tradizionali giapponesi, i geta


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I  geta sono gli zoccoli di legno tradizionali a infradito. Hanno una suola in legno rialzata da due tasselli, tenuta sul piede con una stringa che divide l’alluce dalle altre dita del piede. Vengono indossate con gli abiti tradizionali giapponesi, come gli yukata e meno frequentemente con i kimono, ma durante l’estate (in Giappone) vengono portate anche con abiti occidentali. Grazie alla suola fortemente rialzata, con la neve o la pioggia, vengono preferite ad altri sandali tradizionali come gli zōri, fatti di corda di riso. Questi sandali vengono indossati anche dalle apprendiste geisha, le maiko, che portano dei geta particolari chiamati okobo, simili alle chopine in voga nella Venezia rinascimentale. Gli okobo sono chiamate anche pokkuri e koppori e vengono indossati anche dalle ragazze molto giovani oltre che dalle maiko. A differenza dei geta veri e propri, non hanno due tasselli sotto la suola, ma un tacco unico simile ad una zeppa scavato nella parte anteriore del piede, parte che quindi non poggia per terra normalmente. La stringa degli okobo è solitamente di colore rosso e a differenza delle geta, queste calzture non vengono portate con gli yukata ma con dei kimono molto formali. Quando si cammina, producono un suono tipico, detto in giapponese “karankaron”, che rimanda ad una società tradizionale che ha lasciato il posto all’occidentalizzazione nel modo di vestire, come di vivere.

Nel periodo di Heian, che va dal 794 al 1192, erano le calzature usate dalla classe nobile. La cultura cinese era al suo apice e influenzava la cultura nipponica, sia la religione sia l’arte, ma anche la moda si plasmavano sulla cultura cinese: geta e zōri iniziarono così a diffondersi.

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I geta venivano indossati con lunghi kimono, spesso molto costosi: avevano quindi una funzione pratica, servivano a riparare i kimono dalla sporcizia delle strade sterrate, fangose e polverose.

Sia geta che zori si tengono al piede attraverso un infradito, detto hanao, che è usualmente nero per gli uomini e rosso per le donne. Tali calzature vengono indossate con i tabi: i rigidi calzini tradizionali alla caviglia, dotati di una separazione tra l’alluce e le altre dita in modo da poterli comodamente indossare con le infradito.

I tabi si indossano soprattutto in estate. Erano indossati dai nobili e dai samurai nell’era feudale. Oggi sono usati sia dagli uomini che dalle donne. I colori tipici sono il bianco (indossato in situazioni formali come la cerimonia del tè ), il blu scuro e il nero (indossati durante i viaggi), quelli con colori più sgargianti sono usati principalmente dalle donne. I tabi vengono realizzati cucendo insieme dei lembi di stoffa non elastica; hanno un’apertura sul retro richiudibile tramite bottoni che permette l’ingresso del piede. L’usanza giapponese di usare i tabi con i geta  è legata alla tradizione delle geishe che dovevano avere dei piedi molto piccoli, come le bambine piccole. Proprio da bambine iniziavano a portare delle scarpe molto più piccole della loro taglia per fare in modo da avere un piedino molto piccolo in quanto era molto seducente a vista degli uomini. Il piede purtroppo tendeva a deformarsi e così non volendo far vedere come diventava in realtà iniziarono a mettersi le calze, in modo da poter nascondere la loro deformità.

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Anche se l’uso dei geta abbia oggi lasciato il posto a calzature occidentali, l’armadietto delle scarpe presente in ogni casa si chiama ancora “getakabo”, “scatola per geta”.L’uso di togliersi le scarpe quando si entra in una casa giapponese ancora sopravvive ed è legata all’amore per la pulizia, ma è anche un’accortezza atta a non rovinare il pavimento, tatami, fatto di stuoie in paglia, quindi molto delicato.

Quando si entra in casa altrui, è uso che le scarpe debbano essere riposte nel genkan, l’ingresso che separa il mondo esterno e la casa. Questo atto di riporre le scarpe diventa simbolo di liberazione dai cattivi pensieri e dallo sporco vero e proprio del mondo esterno, tanto che entrare in casa di qualcuno con i piedi sporchi  si dice “Dosoku de agarikomu” e vuol dire “ficcare il naso negli affari degli altri senza un po’ di tatto.

 

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Tratto da www.japancoolture.com

 

Nello stagno antico

si tuffa una rana:

eco dell’acqua.

 

Matsuo Basho (1644 – 1694)

"Sandali tradizionali giapponesi, i geta" ultima modifica: 15 Dicembre, 2015 da Redazione VivereZen